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Un bárbaro en Europa

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Resurge en exposiciones aquí y allá, como si este fuera un mejor tiempo para la mirada antiinstitucional que su obra escrita y pintada pretendía y defendía, en el arte de las criaturas, los locos, los prisioneros y las gentes sin preparación artística, tendiendo puentes fool objetos y figuras de civilizaciones primeras en continentes distintos. Como si museos y espectadores fuéramos locos conscientes de lo que vemos.

Atractiva y bien montada, aguda, la exposición que organiza el IVAM te sumerge en mundos infinitos

Es el pintor francés Jean Dubuffet (1901-1985) artista de difícil clasificación del arte moderno. ¿ Les suena el art brut? Se lo inventó Dubuffet, tanto el nombre como la manera. Un bárbaro en Europa es el título de la exposición que el IVAM nos ofrece hasta mediados de febrero. Una exposición atractiva y bien montada, aguda, que te sumerge en mundos infinitos. Es una cita ineludible y gustosa, una trenza de arte, civilización y locura. Los caminos entre creación, lo que nos hace humanos y lo que nos salva. Parecía que ya se había dicho todo sobre el art brut y sobre Dubuffet, pero algo está haciendo que regrese. A caballo entre dos momentos graves del arte moderno, antes y después de la guerra del 45, entre la Europa de la velocidad y lo atroz y la Europa salvaje que siguió, Dubuffet ha pasado largo tiempo en el purgatorio en que él mismo se encerró con su museo suizo del art brut, un purgatorio del que ahora sale.

Su tremendo mal carácter, la rareza que para colegas y galeristas significó verlo empezar a exponer cuando tenía más de 40 años (era hasta entonces bodeguero y vinatero), la fuerza con la que marcó ciertos ambientes de París durante y después de la ocupación nazi, la algarabía que montó con el art brut en suma, no le han reportado la simpatía de historiadores del arte ni de sus gestores. Amigo durante años del escritor y pintor belga Henri Michaux, autor en 1933 de Un bárbaro en Asia, que pronto tradujo Borges al español, la muestra valenciana, comisariada por Baptiste Brun, profesor de la Universidad de Rennes, enlaza a los dos creadores desde el mismo título, un tributo a Michaux y una guía de lectura aquí de Dubuffet. Es una producción del museo valenciano y dos más, el Museo de las Civilizaciones de Europa y del Mediterráneo (MUCEM, Marsella) y el Museo de Etnografía de Ginebra (MEG).

Su tremendo mal carácter no le ha reportado la simpatía de los historiadores del arte ni de sus gestores

El escritor belga contaba en su libro su largo viaje en 1931 por China, Japón, India, Corea y Malasia. En aquellas tierras, el bárbaro period él, se dijo Michaux, él era el otro radical. Tres décadas después lo volvió a editar, igual pero con un prefacio sorprendente: sin contemplaciones reniega de un libro que le produce vergüenza por cómo se sitúa ante otras culturas y el tono utilizado, despectivo a veces, en otras baboso de admiración. Al tomar a Michaux como llave de acceso de hoy a Dubuffet, el comisario y su equipo ejecutan una operación comparable. No reniegan de él, al contrario, sino que lo presentan desde otra óptica, solo en apariencia contraria a la regular: culta, la historia de las civilizaciones. Nada que objetar. El arte salvaje de los años más salvajes en Europa, en el que Dubuffet tuvo su parte como uno de los constructores de ese orden salvaje, merece ser visto así, a lo culto. Ni Dubuffet fue un naíf ni los muchos artistas– anartistas, los llamó, con el prefijo an- que denota ausencia, en este caso de formación– que reunió en la Colección del Art Brut de Lausana merecen más purgatorio. Es solo que todo parece ahora tan y tan culto que hasta te pondrías a bailar una danza allá mismo que no sé si sería de hoy.

Child paradojas de las revisiones del arte, una industria creciente. El pasado, el pasado. Un asunto menor que tal vez no lo sea: exposición y catálogo persisten en traducir art brut como arte bruto, cuando parece más practical arte en bruto En la desaparición de la noción de obrar en bruto, directa, salvaje por selvática, sin más, puede que radiquen algunas de las razones del regreso del artista que emancipó el arte de los locos. Así, el arte de los locos, nuestro arte, es ahora bruto. No sé, no sé.

Mercè Ibarz es escritora y crítica cultural.

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L’avventura di Alfio Ghezzi al MartL’ambiente si salva anche in cucina

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La storia della settimana

13 gennaio 2020 – 09: 20

Lo chef trentino ha aperto il ristorante del Museo di arte moderna e contemporanea di Rovereto. Le sue regole: menu senza sprechi, km zero e energia pulita

di Gabriele Principato

L'avventura di Alfio Ghezzi al Mart L'ambiente si salva anche in cucina

«Realizzare una cucina sostenibile? Impossibile, se i cuochi non tornano in contatto con la natura, i suoi frutti e le persone che li lavorano. Superando l’ansia di proporre piatti capaci di stupire a tutti i costi e rimettendo al centro il sapore del territorio». Alfio Ghezzi, trentino, 49 anni, allievo di Gualtiero Marchesi, a giugno scorso ha lasciato «Locanda Margon», locale della maison Ferrari al quale ha conquistato due stelle Michelin, per trasferirsi al caffè-ristorante del Museo d’arte moderna e contemporanea di Rovereto e Trento, diretto da Vittorio Sgarbi. «Sentivo l’esigenza di un luogo in cui realizzare la mia idea cucina», racconta lo chef. L’ha trovato al Mart, dove a fine ottobre ha aperto «Senso – Alfio Ghezzi». Qui l’ambiente è di design. A pochi metri ci sono le opere di Giorgio de Chirico e Carlo Carrà. E i prodotti usati sono tutti italiani, ma soprattutto trentini. «Non far viaggiare gli alimenti è una questione di responsabilità nei confronti dell’ambiente, ma scegliere ingredienti del territorio è anche una necessità etica verso il luogo in cui si vive, che un cuoco è tenuto a valorizzare e promuovere».

Una scelta etica

Un approccio per nulla scontato. «L’alta cucina così come è stata concepita per tanto tempo non è sostenibile: si pensi al cibo sprecato per ricercare forme perfette, all’energia consumata dai frigoriferi, a quanto si inquina a importare ingredienti esotici. Negli ultimi anni però molti chef in tutto il mondo hanno iniziato a invertire questa tendenza: in Italia il capofila è l’altoatesino Norbert Niederkofler (del tristellato “St. Hubertus” di San Cassiano, in Alta Badia, ndr) che ha creato un movimento internazionale dedicato alla cucina etica di montagna, Cook the mountain», racconta. E prosegue spiegando: «Ogni cuoco deve trovare la sua interpretazione di “sostenibilità”, al di là del marketing che si nasconde spesso dietro l’uso di questo termine troppo abusato. La mia si fonda sulle relazioni con le persone e la natura, in particolare la montagna, che è la mia fonte di ispirazione perché è un luogo che costringe a misurarsi coi propri limiti e dà contezza di quanto l’uomo sia piccolo nei confronti della terra e dell’universo».

Le materie prime

La scelta dei produttori è l’elemento sul quale si è concentrato Ghezzi. «Ho iniziato ad andare da loro, a costruirci rapporti per vederne il lavoro e raccontare con i miei piatti le storie». Così ha incontrato per esempio Gruppo 78, una cooperativa che aiuta persone che vivono disagi sociali a reinserirsi nella società coltivando vegetali in maniera biologica a pochi chilometri da Rovereto. O un agricoltore appassionato di peperoncini che li ha piantati con successo sulle colline di Isera, recuperando terreni abbandonati, incolti e scoscesi. Oppure, ancora, il giovane team di «Comunità Frizzante», un nuovo progetto di welfare a Km Zero che sviluppa una linea di bibite gassate locali e solidali, senza l’aggiunta di conservanti e coloranti. «Realizzano la Ciacola, la prima cola “made in Trentino”, fatta con sambuco, menta, more di gelso, erbe di montagna, cetriolo e lippia, una pianta aromatica. Una bevanda naturale adatta a essere bevuta durante tutta la giornata».

Rispettare i sapori

Perché lo spazio che cura Ghezzi al Mart vive dalla mattina alla sera. A colazione vi sono torte da credenza e lievitati. A pranzo è un bistrot che offre panini con ingredienti locali, pizza nel ruoto, alla pala e alcuni piatti della cucina italiana. «Ho iniziato anche a collaborare a un progetto legato ai semi oleosi, con cui vengono realizzati sul territorio oli e farine da girasole e canapa, che ha uno stupendo sapore nocciolato». Sono queste le storie che racchiudono le sue ricette. «Tanti pensano che per fare un piatto che si imprima nella memoria sia necessario esagerare, utilizzare ingredienti esotici… ma per conquistare veramente un palato è necessario invece trasmettere la realtà, il territorio». Come? «Basta rispettare forme e sapori originali». Qualche esempio? Il broccolo di Torbole, che Ghezzi propone in varie consistenze, con una salsa al vino Trentodoc e peperoncino locale. O i crauti, con i quali realizza un’insalata tiepida con speck spadellato, mele marinate e crumble di grano saraceno. Che l’ospite può condire a piacere con sale e olio. Oppure il temolo, un pesce d’acqua dolce che prepara in carpione, ossia marinato, come si faceva anticamente. Piatti della tradizione riletti e rinnovati, ma nel rispetto dell’ingrediente. Come avviene per la carne che propone. Proveniente da animali allevati da produttori locali che acquista interi, così da utilizzarne ogni parte.

Sette portate

Per diminuire lo spreco Ghezzi nel suo ristorante gourmet ha semplificato al massimo l’offerta. «Nessuna carta – spiega – ma un menu di sette portate, di cui le prime cinque scelte dalla cucina per far capire all’ospite il lavoro dello chef». Rimettendo al centro anche alimenti a lungo tenuti lontani dalle tavole stellate. «Voglio valorizzare i sapori della tradizione contadina. Salumi come la mortandela, ad esempio, tipico della Val di Non, dal sapore piacevolmente affumicato». Ma anche metodi di conservazione tradizionali. «Realizzo piccole produzioni di polpa di pomodoro sotto vetro, crauti fermentati, confetture di prugne di Dro, mirtilli e rabarbaro, usando metodi straordinari e antichi per avere alcuni cibi sempre a disposizione e sprecare il meno possibile».

Rinnovabili

Un impegno etico che tocca ogni aspetto. Si riflette nella scelta dei vini in carta: circa 150 etichette, con una preferenza per quelle di montagna di piccole cantine. E riguarda anche l’energia. «Il 100 per cento di quella che consumiamo in cucina proviene da fonti rinnovabili, ed è prodotta in Val di Fiemme. Ma con un’azienda stiamo studiando anche una stufa a legna adatta per cucinare in maniera professionale, così da abbattere ancora di più il nostro consumo». Il prossimo passo? «Rendere più sostenibile anche il lavoro, trovando maggiore tempo libero per me e la mia brigata».

13 gennaio 2020 (modifica il 13 gennaio 2020 | 09: 40)

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Las mejores películas españolas de 2019: ‘Dolor y gloria’ y ‘Lo que arde’

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  • LUIS MARTÍNEZ

Actualizado

Pedro Almodóvar y Óliver Laxe rastrean en el pasado las huellas de un tiempo que se desvanece. Desde sus sendos triunfos en Cannes, un director consagrado y otro camino de estarlo concitan el consenso de sus colegas.


Nora Navas y Antonio banderas en una escena de ‘Dolor y gloria’ de Almodóvar.

Probablemente el cine esté a punto de desaparecer. Quizá, todo arte que se precie viva siempre a un paso de su extinción. En la lectura que Foucault hace de la pintura de Edouard Manet imagina la posibilidad, casi necesidad, de un nuevo espacio de representación. ¿ Y si lo relevante no fuera tanto lo representado, lo que de forma burda llamamos realidad, como el propio espacio de representación, es decir el cuadro mismo? El filósofo creyó ver en el precursor del impresionismo primero y del arte abstracto después la primera formulación de eso que denomina cuadro-objeto, el cuadro como materialidad, el cuadro como objeto autónomo y sin referencia más allá de sí mismo que refleja la luz outside y frente al cual el espectador se desplaza para reconstruirlo con su mirada. A su manera, Manet, siempre según su compatriota, anticipa el fin de toda la pintura que vendría después. Y, claro está, su nuevo principio.

Por alguna razón, todo se repite. Las mismas argumentaciones y hasta las mismas películas. Distintas y, sin embargo, idénticas. Los últimos trabajos de Pedro Almodóvar y Óliver Laxe sobre el papel no tienen nada que ver entre sí. Les separan generaciones, modales, formas de producción y hasta la textura de los acabados. Dolor y gloria habla de un director de cine que recuerda. Y en la detenida memoria de toda la gloria que fue y vivió se duele. Es y quiere ser el fin de un trayecto, quién sabe de una filmografía entera. Lo que arde, en cambio, se limita a contar la historia de una madre y un hijo solos en mitad de los restos de un incendio. El hombre sale de la cárcel tras ser acusado y condenado por pirómano y, en consecuencia, le puede el silencio. La pareja arrastra todas las culpas de un tiempo y una vida rural que desaparece. Las causas de los fuegos child muchas. Casi tantas como las culpabilidades. Pero él y ella, en su silencio no exactamente compasivo, tampoco airado, las poseen todas. Les humillan, porque quizá todos a su alrededor viven humillados. Es y quiere ser el principio de una obra con sólo dos películas precedentes.

Sin embargo, a las dos propuestas señaladas por nuestro jurado como las más destacadas de todo lo producido en España en 2019 les une la sensación de finitud; la claridad de algo muy parecido al fin de sí mismas. Al límite, las dos, de su propia extinción. Y, en consecuencia, al principio de todo lo que anuncian. Ambas películas, como señala Foucault del pintor de Un bar en el Folies Bergère, bien podrían ser calificadas de películas-objetos, de películas cuya materialidad se hace palpable sea en la siempre estudiada y colorista composición de cada plano en el caso de Almodóvar y su fotógrafo José Luis Alcaine, sea en la ardiente fisicidad de cada secuencia fotografiada por Mauro Hercé para Óliver Laxe. Lo que arde, literalmente, arde. En ambas cintas la luz outside se refleja y, de la misma manera, en las dos el espectador es invitado a reinventar el tiempo de una narración que también es la narración de la mirada del que contempla; narración compartida pue s.

No por casualidad, las dos películas, como los dos directores, participan de una misma filiación. Las dos fueron presentadas en Cannes. La primera, en la sección oficial de Cannes; y la segunda, en Un particular regard. Y eso, se quiera o no, marca. Al fin y al cabo, las dos comparten los modales de una época que se quiere al final de una crisis permanente. Una y otra dialogan de lo mismo que hablan las cintas de Tarantino, Scorsese, Cuarón y tantos otros obsesionados trick lo que, después de vivir sus mejores tiempos, se ve enfrentado a su incendio y extinción más íntimos. Es el propio cine el que desaparece porque está en su naturaleza desaparecer a cada paso. Y volver a nace r.

Más allá de formalidades y foucaultismos, hay un elemento más que las señala como hijas no ya de su tiempo como de su espacio (es decir, España ahora). Tanto Dolor y gloria como Lo que arde, desde posiciones quizá antitéticas, también kid películas políticas por todo lo que dicen sobre el perdón, la culpa y la posibilidad misma de la redención. Las dos insisten en no dejarse humillar por los recuerdos, no quieren convertir a las heridas en una excusa (la mejor de todas) para el rencor. Y las dos no kid más que dos maneras distintas de asimilar la profundidad del dolor hacia algo así como la reconciliación o la justicia. Suena abstracto, pero pocas veces el cine español acaba un año con dos obras maestras tan contundentes, tan opuestas y, pese a todo, tan perfectamente idénticas. Y tan españolas, por madrileña una, y gallega la otra. Es cine que desaparece y, claro está, renace.

Amador Arias y Benedicta Sánchez en ‘Lo que arde’, de Oliver Laxe.

Las votaciones de los directores

ISAKI LACUESTA

1. Lo que arde, de Oliver Laxe.

2. Dolor y gloria, de Pedro Almodóvar.

3. Los días que vendrán, de Carlos Marques-Marcet.

4. La virgen de agosto, de Jonás Trueba.

5. El viaje de Marta, de Neus Ballús.

ARANTXA ECHEVARRÍA

1. Mientras dure la guerra, de Alejandro Amenábar.

2. La trinchera infinita, de Jon Garaño, Aitor Arregi, José Mari Goenaga.

3. La inocencia, de Lucía Alemany.

4. Lo que arde, de Óliver Laxe.

5. La hija de un ladrón, de Belén Funes.

BORJA COBEAGA

1. La trinchera infinita, de Jon Garaño, Aitor Arregi, José Mari Goenaga.

2. Dolor y gloria, de Pedro Almodóvar.

3. Los días que vendrán, de Carlos Marques-Marcet.

4. El hoyo, de Galder Gaztelu-Urrutia.

5. Madre, de Rodrigo Sorogoyen.

JAUME BALAGUERÓ

1. Quien a hierro mata, de Paco Plaza.

2. Mientras dure la guerra, de Alejandro Amenábar.

3. Adiós, de Paco Cabezas.

4. La inocencia, de Lucía Alemany.

5. Ventajas de viajar en tren, Aritz Moreno.

MERITXEL COLELL

1. Carelia, de Andrés Duque.

2. La virgen de agosto, Jonás Trueba.

3. Longa Noite, de Eloy Enciso.

4. La hija de un ladrón, de Belén Funes.

5. Los que desean, de Elena López Riera.

JUAN CAVESTANY

1. Lo que arde, de Oliver Laxe.

2. Dolor y gloria, de Pedro Almodóvar.

3. La virgen de agosto, de Jonás Trueba.

4. Buñuel en el laberinto de las tortugas, de Salvador Simó.

5. La inocencia, de Lucía Alemany.

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‘Puñales por la espalda’ y el arte del asesinato perfecto: 11 películas fundamentales que han influido el whodunit de Rian Johnson

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No solo es uno de los autores más refinados de la actualidad. El escritor y director de ‘ Puñales por la espalda‘ ha dado un puñetazo en la mesa y con el golpe se ha llevado por delante cualquier tipo de duda que pudiera haber surgido después de su polémica entrada galáctica. No somos conscientes de la suerte que tenemos al poder disfrutar de un cineasta total como él.

Se ha escrito un crimen

En unos meses se cumplirá el 100 aniversario de la primera aparición de Hercule Poirot en una novela de Agatha Christie Tras él llegaron los duros detectives privados de los violentos años30 Todos ellos, hasta el inspector Clouseau, han jugado al whodunit, un género cinematográfico agradecido (deducir quién es el asesino) y tremendamente popular hasta llegar a un importante agotamiento a comienzos de los 80.

Con ‘Puñales por la espalda’, el escritor y director Rian Johnson (sus créditos avalan su trayectoria) ha triunfado reubicando al género en el lugar que le corresponde en la gran pantalla, reinventando de paso la fórmula de su éxito. Lo hace alguien que empezó a hacerse un nombre con ‘Brick’, otro excelente tratamiento noir en el presente de entonces.

El juego de la sospecha (Cluedo)‘ es el guide título que se vendría a la cabeza de cualquiera, probablemente por partir de un juego de mesa aún más popular que la película, pero lo suyo sería echar un vistazo un poco más atrás. A mediados de los setenta Robert Moore y Neil Simon crearon en equipo un par de trabajos, de los que uno es recordado por encima de cualquier otro.

En declaraciones recientes, Johnson mencionaba la película de Moore: “Me encanta. La veía una y otra vez por cable. Volví a ella recientemente y es muy, muy divertida. Neil Simon escribió el guión. Alec Guinness estaba brillante, pero Peter Falk roba la función”. Precisamente Falk period también el protagonista de la otra película, estrenada un par de años más tarde. No cabe duda de la influencia de la película en su último trabajo, con la que comparte ambientes y personajes, aunque sin el gusto de aquella por el esperpento.

” Siempre recuerdo el discurso de Truman Capote al last, donde destroza a todos los investigators por los crímenes que han cometido contra sus lectores. Lo que Capote está haciendo ahí es un poco como las críticas de Hitchcock al género, el peligro de que sea funcione por acumulación y una sorpresa barata al last. No se trata solo de reunir pistas

De ese “más” hay mucho en la película de Johnson. No solo es un ejercicio de “quién es el asesino”, también es un sofisticado thriller de misterio y una ácida comedia negra sobre la familia

knives

Ese ambiente puramente cómico se debe a las ganas de jugar de un reparto espectacular Daniel Craig, Ana de Armas, Chris Evans, Jamie Lee Curtis, Toni Collette, Don Johnson, Michael Shannon, Christopher Plummer, Keith Stanfield, Katherine Langford o el mismísimo Frank Oz, entre otros, dispuestos a darlo todo por el entretenimiento.

La cena de los acusados‘ es otra película clave en lo detectivesco para Johnson. Nick y Nora, el hecho de que sean una pareja juguetona que se aman.

El tono de la película es que quería ver reflejado en la mía. Hay algo serio que une a todos (no puedes ser más serio que un cadáver), pero a pesar de la oscuridad del asesinato, no es una historia terriblemente sombría y deprimente

Knives Out Ver14

Esa ligereza se agradece en ‘Puñales por la espalda’. “Me molesta la seriedad de estas adaptaciones, especialmente las de Christie. Por eso Peter Ustinov es mi Poirot favorito. Creo que Kenneth Branagh también hizo un muy buen trabajo en la última adaptación. Hay un elemento de bufonería que es esencial Creo que es algo muy, muy divertido”.

“Es el mismo caso que ‘ Colombo‘. Cuando vemos una versión de Poirot demasiado aguda, infalible, no está tan bien”.

Crímenes imperfectos

‘ Puñales por la espalda’ rejuvenece un estilo que llevaba un tiempo pasado de fecha, pero que nos ha ido dejando perlas durante todos estos años, y demuestra al público actual que todavía hay un gran atractivo en el género cuando somos invitados a jugar a las sospechas.

Una de las mayores emociones de la película viene al ver a algunos de los mejores actores actuales trabajar en equipo, buscar la mejor química, en una película coral donde sobresale Ana de Armas El precio de la entrada queda más que amortizado ante personajes como los de Toni Collette, Jamie Lee Curtis, Michael Shannon o Chris Evans encantados de matarse entre ellos y sospechosos de la muerte de su patriarca, interpretado por Christopher Plummer

Con la película de Johnson triunfando de manera más que merecida, vamos a recordar algunos éxitos de ayer y de hoy de este entretenido género, subgénero o como quieras llamarlo. El público siempre tiene ganas de resolver misterios entre sospechosos de toda clase.

El juego de la sospecha (Clue, 1985)

Entre los hermanos Marx y un especial de José Luis Moreno, lo más destacable de la película es que se haya hecho una película sobre el Cluedo. Imprescindible ver la versión con varios desenlaces o todo parecerá una estupidez liquidada sin más. Se dice poco que el co-autor del guión es John Landis

La trampa de la muerte (Deathtrap, 1982)

Sidney Lumet se alió con el vital Individual retirement account Levin para trasladar su obra de teatro a una suerte de ejercicio de cámara donde Michael Caine, veterano en estas artes letales, comparte escenario con el bueno de Christopher Reeve Un excelente ejercicio de excesos contenidos, giros inesperados y caos perfectamente ordenado.

Identidad (2003)

Simpático y más que correcto whodunit con alguna concept brillante y un desenlace entre el comodín, la trampa y la brillantez Fue uno de los últimos ejercicios de ese estilo lo suficientemente atrevido como para ser recordado hoy como obra de culto.

El fin de Sheila (The Last of Sheila, 1973)

La película de Herbert Ross es una de las más desconocidas de este tipo de cine, con giros eficaces y un estupendo guión de Anthony Perkins y Stephen Sondheim, viejos amigos y amantes del misterio. Al contrario que en la película de Rian Johnson, aquí lo “meta” tiene bastante peso.

La bestia debe morir (The Beast Must Pass Away, 1974)

Esta locura de la Amicus es una rareza y tiene un detalle que la hace única: probablemente sea la única que incluye un hombre lobo … y una dramática cuenta atrás para adivinar quién es. No es una película especialmente remarkable, ni trepidante, pero Peter Cushing y su premisa la hacen merecedora de estar aquí.

Gosford Park (2001)

Solo Robert Altman podría reunir un elenco de ese tamaño para un whodunit El ritmo puede no funcionar para todos los espectadores, pero ese reparto y, sobre todo, Stephen Fry como un torpe anti-Poirot, child un alivio cómico que hace que la película mantenga el tipo perfectamente.

Asesinato en el Orient Express (2017)

Kenneth Branagh se lo pasa bien colocando la cámara donde mejor le viene, rodando a un ritmo mucho más ágil de lo que parece y con un sentido del espectáculo de los que ya no se llevan.


Aparentando mucho más de los 50 millones de presupuesto y con ese aire teatral que tan bien maneja el director de la excelsa ‘ Morir Todavía‘ (también con Derek Jacobi, como tantas otras veces), ‘ Asesinato en el Orient Express‘ fue casi un milagro en la cartelera general. Ganas de la próxima.

La huella (Sleuth, 1972)

Un detalle que resulta imposible de entender es la inexistencia de la obra maestra de Joseph L. Mankiewicz basada en la obra de Anthony Shaffer, que adaptaba su trabajo al prestigioso guión a medida de Sir Lawrence Olivier y Michael Caine Mirándolo por ese lado, puede que ese dato la mantenga aún desconocida para las nuevas generaciones, que deberían descubrir este diabólico juego del gato y el ratón en un caserón de locos y con unos giros inauditos.

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Alvernia e Lione, itinerario nel cuore della Francia

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L’ Alvernia-Rodano-Alpi è il cuore della Francia, uno dei crocevia d’Europa per il traffico sia nella direttrice nord-sud che est-ovest. Seconda regione francese sia per abitanti che per importanza economica dopo la capitale, lo è anche dal punto di vista turistico con ben sette siti iscritti nel patrimonio dell’ Umanità dell’ Unesco: dall’ Italia è facile da raggiungere dall’ Italia in autostrada attraverso i trafori del Fréjus o del Monte Bianco. La stagione invernale alle porte richiama turisti naturalmente nelle località sciistiche alpine di alta quota, ma la great dell’ autunno è propizia per scoprire con un breve itinerario le variegate ricchezze storiche, artistiche, culturali e gastronomiche della regione: non a caso Lione è considerata la capitale del mangiar bene in Francia. La visita può cominciare proprio dalla città del mitico chef Paul Bocuse, per mezzo secolo insignito di tre stelle Michelin. Il centro di Lione si è sviluppato in epoca gallo romana sulla penisoletta alla confluenza della Saona nel Rodano: anche una toccata veloce non può trascurare la cattedrale romanico-gotica di Saint-Jean, il Museo di Belle Arti ricco di 70 sale con notevoli opere che spaziano dall’ arte egizia a quella contemporanea, una passeggiata nei vicoletti medioevali e nei passaggi segreti (chiamati traboules) del quartiere della Vieux Lyon, che ebbe un ruolo importante durante la Resistenza francese e una tappa gastronomica in un bouchon lyonnais, una trattoria tipica con una lunga tradizione alle spalle dove si possono assaggiare anche gli ottimi vini della valle del Rodano, una delle zone di produzione più rinomate di Francia.

A nord-ovest di Lione praticamente nel centro geografico della Francia si trova la cittadina di Vichy, stazione termale che mostra nei suoi edifici ancora i fasti di fine Ottocento quand’ era frequentata da regnanti e celebrità di tutta Europa per la cura delle acque. L’abbondanza di acque minerali nella zona è indice di un territorio con intensa attività vulcanica: il paesaggio dell’ Alvernia infatti è costellato di coni di vulcani spenti da pace e trasformati in dolci colline chiamate Puy come il Puy-de-Dome, reso famoso dalle memorabili imprese dei ciclisti del Trip de France: vi si può salire a piedi o con le carrozze di un piccolo treno panoramico a cremagliera.

Alvernia e Lione, itinerario nel cuore della Francia

Notre Dame du Port, Clermont Ferrand






Di fronte in pianura si trova il nucleo di Montferrand, città amministrativa capoluogo della contea e sede del potere politico e amministrativo. La rivalità plurisecolare tra i due centri è stata superata appena nel Novecento grazie alla nascita di una grande industria che ha reso famosa questa città: è la Michelin, di cui si può visitare il museo aziendale. L’Avenue Michelin narra l’evoluzione non solo degli pneumatici, ma dell’ car e più in generale del modo di muoversi e viaggiare attraverso tutto un secolo e anche proiettato al futuro: è una visita interessante per adulti e ragazzi e val la pena di riservare almeno alcune ore.

Su una cima sta abbarbicata la chiesetta di San Michele dell’ XI secolo che va guadagnata oggi come allora con una lunga e tortuosa scalinata in pietra, mentre sull’ altra svetta alta 23 metri l’enorme statua di Notre-Dame-de-France ottenuta fondendo i cannoni nemici catturati durante la guerra di Crimea. Ai suoi piedi si trova un’ originale e notevole cattedrale romanica, punto di partenza dei pellegrini sul cammino di Santiago de Compostela.

Il ritorno verso Lione passa da Saint-Etienne, città industriale al centro di un distretto carbonifero. La visita dell’ antica miniera dismessa del pozzo Couriot e all’ annesso museo minerario che sorge a pochi passi dal centro della cittadina è del massimo interesse, ma chi si ama l’architettura moderna non deve mancare l’escursione a breve distanza a Firminy-Vert, per vedere uno dei sogni realizzati da Le Corbusier, un impianto urbanistico di concezione moderna con unità abitative, chiesa, stadio, piscina e casa della cultura, tutto dominato da un uso creativo del cemento armato plasmato nelle forme e nei volumi e impreziosito da un modesto uso di tocchi di colori vivaci.

” La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile”

Carlo Verdelli
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SportYou03.12.2019 – 18: 00h

El community manager del programa ‘La Resistencia‘ es todo un mago en el arte del trolleo. La última víctima ha sido Isco Alarcón, futbolista del Real Madrid con el que ya tuvo sus más y sus menos en el pasado mes de febrero. Ahora, han vuelto a la carga aprovechando el sexto Balón de Oro de Messi.

En una publicación en la que David Broncano, presentador del programa, hacía una broma con respecto a la temporada de Isco, añadieron al vídeo “Su perro (el de Isco) tiene seis Balones de Oro más que él”. Recordamos que el del Real Madrid, nombró a su perro “Messi” en honor al futbolista, antes de fichar por el Real Madrid, por supuesto.

Sin embargo, en el vídeo quisieron darle una de cal y una de arena ya que, pese a su mal comienzo de temporada está ganando peso en el equipo. “Hacemos muchos chistes sobre Isco y está empezando a jugar medio bien y, antes o después, nos va a poner los huevos en la cara”, apuntó Broncano.

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El mercado, actuando como el mercado.

Airbnb, la aplicación que ofrece arriendo de lugares, piezas, departamentos y más, ahora también ofrece “experiencias”, como trips y entre ellas el “tour de la revolución” en Chile

El país lleva cerca de 60 días de estallido social basic en contra de las instituciones establecidas, con protestas en diversos lugares del país.

Alguien en la plataforma ofrecía llevarte a “conocer” por dos horas lugares “emblemáticos” de Santiago relacionados a las protestas, como Plaza Italia (Plaza de la Dignidad), el GAM y más.

Además, te daban una botella de agua mineral y un casco, una revolucionaria experiencia por 25 dólares.

Inician llamativa campaña en Google Maps para nombrar

Dicen que de toda crisis nace una oportunidad, pero esto, quizás, es demasiado. Así se promocionaba:

Chile despertó y su capital está más viva que nunca. Observa y conoce a través del arte de la demostración y sus artistas, cuáles son las demandas sociales que han impulsado este movimiento social.

Todo iba contra las políticas de seguridad de Airbnb.

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Cuando el fútbol es arte: 12 taconazos inolvidables thumbnail

Luis Suárez marcó ante el Mallorca el que será uno de los goles del campeonato, un taconazo casi imposible, de espaldas a la portería, que superó a Reina de vaselina. El arte del tacón ha dejado goles y jugadas inolvidables. Repasamos algunos de ellos.

La Saeta Rubia hizo goles de todos los colores. Dos de los más recordados los logró de tacón. Uno fue frente al Valladolid en Liga y se lo hizo a un portero que era un gran amigo suyo, Matito. Fue en 1954 y Don Alfredo siempre dice que de ningún gol le han hablado tanto como de ése. “Yo estaba allí, yo estaba allí… me decían. Y yo me callaba, ¿qué vas a decir? pero pensaba para mis adentros que no era posible. Si en aquel viejo Zorrilla no entrarían más de diez o doce mil personas… y a mí me lo han dicho más de doscientas mil en toda mi vida…”.

La histórica espuela ante el Atlético

Este gol de Cruyff al Atlético de Madrid en el triunfo por 2-1 del Barcelona en la Liga 73/74 quedará guardado para siempre en la retina de los amantes del fútbol.

El taconazo de Madjer en la final de la Copa de Europa de 1987

Su Oporto perdía 0-1 en la final de la Copa de Europa de 1987 contra el Bayern y el argelino Madjer igualó el partido con este taconazo. Fue la primera piedra de la remontada del equipo portugués, que terminó ganando 2-1 y levantando su primera ‘Orejona’.

El taconazo de Redondo en Old Trafford

En la Champions 99-00, tras un 0-0 en la ida, el Real Madrid conquistó Old Trafford ganando 2-3. Uno de los grandes protagonistas fue Fernando Redondo, que hizo una gran jugada dejando atrás a Stam con un soberbio taconazo y sirviendo en bandeja el gol a Raúl.

Kluivert ya marcó al Mallorca un golazo de ‘rabona de tacón’ como el de Luis Suárez

Patrick Kluivert tiró de un recurso poco habitual para definir una jugada en la que el balón se le había quedado algo retrasado tras el control. La acción, que muchos han recordado tras el golazo de Luis Suárez, también se produjo en un partido ante el Mallorca en la temporada 2002-03. Aquel remate, más sutil y menos potente que el del uruguayo, pilló por sorpresa a Leo Franco.

El taconazo de Henry al Charlton

Los recursos de Henry de cara al gol no admiten debate. El 2 de octubre de 2004 hizo un tanto de tacón espectacular ante el Charlton. El central Jonathan Fortune le acosaba hasta el punto de rozar el penalti. Casi perdiendo el equilibrio y con el defensa cosido a la espalda, Henry, que había recibido el balón de Reyes, se sacó un taconazo que cruzó la pelota lejos de la mirada sorprendida de Kiely, portero de The Addicks.

El taconazo de Carew contra el Real Madrid en el Bernabéu

El noruego eligió un escenario único, el Bernabéu, a un defensa campeón del mundo (Roberto Carlos) y un portero que lo iba a ser (Casillas). En ese marco y con esos enemigos, el entonces delantero del Olympique de Lyon hizo un espléndido gol de tacón metiendo la pelota entre las piernas del lateral brasileño y lejos de Casillas. Fue el 23 de noviembre de 2005.

El espuelazo inverso con vaselina incluido ante Italia

En la Eurocopa 2004, Ibrahimovic sorprendió a Buffon con una pirueta imposible para perforar la portería italiana a falta de 5 minutos que terminó dando el pase a cuartos de final a Suecia mientras que los ‘azurri’ quedaban eliminados del torneo.

Feliz día del taco: Guti

‘El tacón de Dios’ tituló MARCA para definir el taconazo de Guti en Riazor en la temporada 09-10. Benzema marcó a placer tras la genial asistencia del ’14’ blanco.

Cristiano dio los tres puntos al Real Madrid con un gol de tacón en Vallecas

Cristiano Ronaldo dio el triunfo al Madrid en Vallecas con este gran gol que sirvió para sumar tres puntos en una Liga 2011-12 que terminaría ganando el equipo blanco.

El Atlético se impuso por 2-5 en el Sánchez Pizjuán en la temporada 17-18. En el cuarto gol del equipo rojiblanco, Griezmann asistió a Koke con un taconazo de lujo, que recordó al de Guti en Riazor.

Gol de Luis Suárez (4-1) en el Barcelona 5-2 Mallorca

Luis Suárez asombró al mundo con su último gol, un taconazo sublime después de una gran jugada del Barcelona. El remate del uruguayo, de espaldas, sorprendió a Reina, que no esperaba que el balón tomara esa trayectoria.

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El arte de negociar. El cabildeo del T-MEC

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Federico Torres

En una mesa de negociación confluyen una serie de estrategias y habilidades que se alinean y se contraponen de acuerdo al tema a discutir. Los negociadores y técnicos responsables del tratado, acuerdo, venta o fusión esgrimen sus mejores argumentos para obtener el mejor trato que satisfaga a sus CEOS, directivos o gobernantes… De hecho, este primer párrafo me recuerda a uno de los capítulos del afamado libro, ya atemporal, EL ARTE DE LA GUERRA escrito hace cientos de años por Sun Tzú, el cual indicaba que antes de partir hacia el frente*, debía revisar los astros y la dirección del viento para prever el clima bajo el cual se desarrollaría la batalla.

El gran general chino es sin duda uno los primeros grandes cabilderos de todos los tiempos pues con sus consejos podía evitar una derrota o de plano una guerra… En el capítulo OCHO, Sun Tzú explica como se debe ser flexible en las respuestas para tener éxito ante las circunstancias cambiantes.

Pues bien, todo este contexto inicial es para destacar un cabildeo de altos vuelos que nos pone como país ante grandes oportunidades económicas y dejar de lado la incertidumbre.

La ronda final con los cierres que integrarán el nuevo Tratado de Comercio entre México, Canadá y Estados Unidos, no es un asunto menor, se trata de la pavimentación de la carretera que llevará a intercambiar productos en las mejores condiciones para las tres naciones. Es un cabildeo digno de reconocerse.

Las rondas de negociaciones se complican mucho más cuando uno de los tres países está inmerso en una campaña electoral (USA), otro acaba de sostener comicios intensos (Canadá) y nuestro país está cimentando las bases de un nuevo régimen. Los negociadores debían conocer todos estos factores que se revisaron durante dos años y ahora están listos para la firma.

Coincido con el brillante columnista Raymundo Riva Palacio cuando dice que ceder en una negociación no es necesariamente perder… De hecho en una negociación se cede para poder avanzar y el resultado óptimo es cuando todas las partes ganan.

Atendiendo la frase anterior, complementaremos que todo lobbying debe tener como meta el obtener un acuerdo GANAR- GANAR y eso fue lo que pasó con el T-MEC ( así se le conoce ahora al nuevo tratado)… Todos ganaron.

Los principales escollos se sortearon en temas como el laboral, automotriz, agrícola, medioambiental, sanitaria y la economía digital pero ahora están salvadas o negociadas con habilidad que deberán ser operadas para que los principales beneficiarios, es decir, los ciudadanos de las naciones proponentes tengan mejores niveles de desarrollo y opciones para salir adelante. Citemos un ejemplo del lobby operado. En el sector automotriz se estableció que para la comercialización de autos éstos deberán cumplir con un cuota de productos regionales para que estén libres de aranceles lo cual redunda en algo inédito a nivel mundial.

Entre las tácticas que debieron ponerse en práctica en todo proceso de cabildeo destacan:

  1. Negociar más necesidades que deseos.
  2. Conocer tu poder real.
  3. Lleva un plan general con diferentes opciones de acuerdo.
  4. Establece un clima colaborativo más que competitivo.
  5. Opta por el mejor acuerdo alcanzado. Deja una salida para los otros negociadores.

¿Qué tenemos hasta ahora?

La demostración de que el buen cabildeo rinde frutos. Una buena negociación con logros para todas las partes es posible y la voluntad que se expresó por parte de los líderes de los tres países para salir adelante fue manifestada.

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